5 donne in Croazia: BRAmosia di distruzione e cazzate a briglia sciolta
Promuovere il turismo è uno dei doveri di un operatore dei servizi turistici qual io sono. E’ facile decantare il cristallino mare di Sharm el Sheik o l’imponenza dei monumenti londinesi. Ci sono volte in cui è necessario, nonché doveroso, stroncare senza pietà località tanto decantate da viaggiatori più o meno esperti. In fondo le recensioni non possono essere sempre e solo positive.
Con questa premessa mi accingo a redigere il resoconto della vacanza in Croazia, pregando le altre partecipanti di aggiungere dettagli eventualmente dimenticati. Sarà lungo da leggere, ma credetemi, ne varrà la pena.
Alle ore 01:30 di lunedì 4 agosto una Citroen con a bordo 5 affascinanti donzelle ha acceso il motore alla volta della località di Vela Luka, situata sull’isola di Korčula. L’entusiasmo, ed un po’ anche il sonno, ci pervadeva. Io, Pagghy, Vero, Luara e Federica eravamo pronte a goderci una settimana di assoluto girl power sotto il sole croato, pregustando giornate trascorse ad arenarci sulla spiaggia ed immergerci in acque che ci erano state descritte come cristalline.
Il casello di Venezia inizia a regalarci i primi malumori, traducibili in almeno un paio d’ore di coda. Ma in fondo il velo della notte e gli animi ancora alti liquidano rapidamente questo insignificante inconveniente. Breve sosta all’autogrill per rifocillarci ed espellere i liquidi; il bagno gremito di gente ci spinge a cercare un angolo più o meno isolato dove espletare i nostri bisogni. Peccato che oltre ai camionisti guardoni ci fosse anche un cadavere. Poco distante da noi, infatti, giaceva un corpo morto coperto da un lenzuolo bianco, e nessuno pareva curarsene.
Un inizio vacanza decisamente inquietante.
Riprende la nostra marcia attraversando il territorio sloveno, colmo di curve e paesaggi tanto boscosi quanto solitari. Il mio stomaco non ha apprezzato molto l’andamento montano, ma siamo comunque riuscite ad ingozzarci di bresaola e M&M’s per passare il tempo.
Varchiamo il confine croato e ci facciamo inondare da una sensazione di estremo ottimismo, pensando che avremmo presto infilato le chiavi nella toppa dell’appartamento.
Povere ingenue.
Pochi sanno che gli ingegneri stradali di nazionalità croata non brillano per acume. Vi pare possibile passare da due ad una corsia in prossimità di una galleria? Ovviamente alle orecchie di una persona normale questa idea suona come una solenne cazzata, ma così non è per chi ha progettato quelle strade. Così, a causa di un manipolo di imbecilli che si sono laureati con i punti dei budini, abbiamo passato ore ed ore in coda, sotto al sole cocente ed immerse in un landscape roccioso e desolante. Accampate come profughe sui sedili, cantando e blaterando cercando di non farci prendere eccessivamente dal nervoso.
La morale della favola è che siamo giunte al porto di Split poco prima delle 21 (rimembrate l’ora di partenza? Erano le 01:30 di notte). Sospirando ci diciamo che finalmente siamo vicine ad assaporare i comodi materassi di casa.
Povere stupide.
Tronfie di gioia chiediamo i biglietti per il traghetto, ma l’impiegata ci distrugge moralmente in pochi secondi “Il prossimo traghetto è domani alle 10”. Gelo. Non vi erano soluzioni alternative, l’unica cosa da fare era trovare un albergo e passare lì la notte.
Troviamo rifugio presso un hotel gestito da una simpatica signora e dal marito. Dopo aver depositato i bagagli io e l’Ale ci avventuriamo alla ricerca di cibo, finendo in una pizzeria dove stavano per rifiutarsi di servirci perché avremmo pagato in lire e non in kune (la moneta locale). Esco brontolando insulti più o meno coloriti, intercettati da un uomo che era impegnato a fumare e si scoprì poi essere il capoccia del posto. Fu così che grazie alla mia acidità siamo riuscite a farci servire una pizza margherita, ovvero l’unica di cui si capivano vagamente gli ingredienti.
Il mattino seguente ci siamo alzate di buon’ ora per essere certe di non perdere nuovamente il traghetto. Ci imbarchiamo cariche di rinnovato ottimismo, cercando di autoconvincerci di essere appena scese dal letto delle rispettive dimore e di aver preso il largo dal famosissimo porto di Milano. Il sole ci sorrideva, il mare era calmo ed ormai eravamo certe che tutto sarebbe andato per il meglio.
Dopo 3 ore di navigazione sbarchiamo al porto di Vela Luka. Urla di gaudio rimbombano per la macchina mentre attraversiamo il ridente paesino, seguendo le indicazioni per arrivare all’appartamento.
Immaginateci, sudate ed ansiose di scoprire le fattezze della casa in cui avremmo convissuto per 7 giorni. Un sorriso smagliante sul volto che si è spento nel momento in cui, aperta la porta, ci rendiamo conto di aver affittato una specie di loculo. La brochure parlava di appartamento, in realtà eravamo in un bungalow in grado di contenere massimo 3 persone. Ora, dopo anni di studi linguistici posso affermare con assoluta certezza che né in inglese e tantomeno in francese la parola bungalow può essere resa con il termine appartamento. Sono cose distinte, e a noi lo hanno messo nel culo.
Alla nostra destra si è palesato quello che dovrebbe essere un salottino, arredato per noi con un divano letto matrimoniale ed uno singolo dalla dubbia pulizia. A sinistra, un cucinino dove mancavano buona parte delle stoviglie. Al piano superiore, raggiungibile mediante una stretta scala a chiocciola, un letto matrimoniale ed il bagno. Potrei dilungarmi per pagine e pagine solo per descrivere quel bagno, e mi pento amaramente di non averlo immortalato a fine vacanza. Sembrava una palude, un umido habitat in cui coltivare germi e malattie debellate anche nei paesi meno civilizzati.
Ci è inoltre stata data l’occasione di cimentarci in studi da entomologo. Ogni giorno, infatti, venivano a trovarci simpatici insetti. Millepiedi e ciccioli soprattutto, questi ultimi sono insidiosi vermi corazzati che si arrotolano quando ti avvicini per porre fine alle loro sofferenze. Con l’ausilio del caro Dottor Pied ce ne siamo liberati.
Altra nota di (de)merito va alla spiaggia dell’hotel. Oh, l’albergo aveva una spiaggia privata? Ma certo che sì, e dall’alto della finestra della hall pareva anche una piccola delizia tutta da godere. Una volta scese le scale ci si palesa la verità, cioè che si poteva scegliere se sdraiarsi sul cemento o sul ciottolato, e che il mare era discretamente lercio a causa della vicinanza col porto.
Anche la fauna che la popolava merita di essere menzionata. Infatti abbiamo avuto l’onore, nonché il privilegio, di essere a stretto contatto con un branco di bimbominkia locali: c’era la puttanella minorenne con l’amica, il buffone del gruppo che meriterebbe una vasectomia spontanea, il bimbo con spirito di emulazione verso il più cazzone di tutti ed infine i personaggi di contorno, colpevoli di avere per amici simili soggetti.
Già dal giorno seguente abbiamo avuto modo di renderci conto di un paio di cose: l’immane simpatia degli autoctoni e la desolazione nella quale eravamo immerse.
Mentre le mie compagna di viaggio si gingillavano su un’isoletta da noi soprannominata Piccola Petrekte, io ne ho approfittato per recarmi all’ufficio turistico e raccogliere qualche informazione sulla nightlife locale e di conseguenza ripassare un po’ di inglese. Non ho nascosto lo stupore, misto a delusione, nel momento in cui l’impiegata mi ha confessato che Vela Luka ospita un solo pub, un club e poco altro. Successivamente abbiamo appurato che hanno un’idea eccessivamente distorta di quello che in realtà è un club.
Della scarsa cordialità dei croati avevamo già avuto un assaggio a Split quando, appena raggiunto il porto, avevamo chiesto al gestore di un ristorante dove poter fare i biglietti del traghetto. Costui ci ha barbaramente liquidate grugnendo e gesticolando animatamente. A darci ulteriore riprova di ciò ci ha pensato la cassiera di un mini market, la quale ha trattato scortesemente la Luara, semplicemente colpevole di aver avuto problemi a calcolare il resto in kune. Non paga di ciò, ci ha insultate nella propria lingua, così noi, per renderci chiare nel palesarle il nostro odio, abbiamo alzato il dito medio. International. Come completamento dell’opera c’è stato il furto del carrello, divenuto poi la nostra mascotte e soprannominato amorevolmente Jijinsky.
Si insinua così in noi l’idea di fare della Croazia un posto migliore. Davanti ad un’ottima ed abbondante grigliata, io e la Luara abbiamo avviato un progetto grandioso: il centro commerciale più fornito del mondo. Vado ad illustrare. Mediante l’ausilio di un “laserone” il territorio oggi noto come Croazia verrà raso al suolo e reso adatto alla costruzione di un esteso centro commerciale. Vi sarà tutto ciò che la mente umana è in grado di immaginare e saranno accettati sia euro che dollari. I visitatori potranno perdersi tra “viale della scarpa”, “vicolo pellame”, “piazza della borsa” e così via.
Prossimamente verrà reso disponibile un video in cui l’illustre storica Fabjka espone ai telespettatori la leggenda della Croazia. Paese realmente esistito o pura fantasia?
La vita notturna non era all’altezza delle nostre abitudini. Il club sopraccitato, il Casablanca, era in realtà un buco fumoso popolato da strani esseri. Il range di età variava a seconda delle serate: si passava dai 14 ai 50, senza farsi mancare la presenza di vaccone che coprivano entrambe le fasce. Que finesse!
Durante una serata trascorsa in questo meraviglioso locale, sono stata presa di mira da 2 fantastici esemplari della razza maschile che insieme raggiungevano a fatica i 28 anni. Io ballavo e loro mi guardavano, non hanno smesso di piazzare i loro viscidi sguardi sul mio fondoschiena per tutta la sera. Per rendersi ancora più fastidiosi hanno mandato uno scagnozzo ad importunarmi. Mi giunge alle spalle un trentenne pelato e dall’avanzato stato alcolico che, urlando, mi apostrofa con un “Good fish… you are a good fish!”. Guardo le mie amiche, impegnate a contorcersi dalle risate, chiedendomi che cazzo intendesse dire. Giungiamo poi alla conclusione che nella sua mente malata volesse dedicarmi l’equivalente croato, nemmeno inglese, del nostro “Bella topa”. Quando poi gli dico di essere italiana si illumina ed urla un “BUONGIORNO PICCOLINA!”, gli faccio notare allora che nella lista dei cliché ha dimenticato di citare pizza, mafia e mandolino.
Un paio di sere siamo scappare dalla parte opposta dell’isola, cioè nell’altra località vagamente turistica, ovvero Korčula. Perla di sapienza: lo sapevate che quella è la città natale di Marco Polo?
I ristoranti abbondavano ed i locali in cui fermarsi per sorseggiare un cocktail o gustarsi un gelato (ah, Orlando Bloom) non mancavano di certo, ma queste attività potevano solamente rappresentare l’incipit di una serata. L’intera isola ospitava una sola discoteca, e nell’altro locale che dava vaghi segni di vita è arrivata la polizia a ricordare che era giunta l’ora del coprifuoco. Poco dopo l’una di notte tutto taceva.
A proposito dei ristoranti, se vi trovate a passare per questa località vi sconsiglio caldamente il Briŝkcula. Abbiamo aspettato un’ora per essere servite, nonostante le garbate sollecitazioni; ed alla fine il cibo non era nemmeno degno dell’attesa che abbiamo dovuto sopportare. Come risarcimento morale, la Vero ha pensato bene di intascarsi il macinacaffè nel quale ci era stato portato il conto.
Un elogio va però speso nei confronti degli altri ristoranti nei quali ci siamo fermate. Abbiamo mangiato abbondantemente, dalla carne al pesce, spendendo al massimo 13€ a persona. Cibo di ottima qualità e prezzi più che ragionevoli. Sapevate che il pane lo portano solamente su richiesta?
Per il ritorno abbiamo avuto la saggia idea di non ripetere l’esperienza on the road. L’unica alternativa era prendere il traghetto da Split ad Ancona, ovvero circa 12 ore di viaggio. Io ero preoccupata dalla possibilità di trovare mare mosso, ma l’Ale mi ha prontamente tranquillizzata dicendomi che l’Adriatico, essendo un mare chiuso, è praticamente come una tavola. Inoltre le dimensioni del traghetto avrebbero certamente impedito l’eventuale fastidio creato dalle acque agitate.
Le ultime parole famose.
Ho iniziato il conto alla rovescia per la partenza già da martedì e quando è giunta l’alba di sabato ero in prima fila per prendere posto alla biglietteria. Come ultimo segno di disprezzo nei nostri confronti, le autorità croate hanno ben pensato di donarci una multa per non aver pagato il parcheggio.
Alle 13 il traghetto salpa e dal parapetto salutiamo a modo nostro questa ridente località turistica: VELA LUKA, PUPPAMI LA FAVA!!!
Ma l’Odissea non può certo cessare qui. Dopo giorni e giorni di mare quieto, Poseidone ha deciso di incazzarsi e donarci un rientro altalenante. Accidenti a quanto ballava il mare. Mi sono raggomitolata su una panchina tentando di dormire, ma il mio occhio non poteva fare a meno di notare quanto la barca si inclinasse, così sono rimasta a rigirarmi su quello scomodo ripiano. Un gentilissimo ragazzo parigino (je parle de toi) si offre di prestarmi la sua felpa per avere un morbido appoggio per la mia testolina. Imbarazzata declino l’offerta e torno a tentare di passate il tempo. L’Ale, intanto, inizia a raccontare la rava e la fava ad un belga che le ha gentilmente offerto una Coca-Cola. Per non essere da meno e ripassare il mio rugginoso inglese, anche io attacco a parlare con il simpatico Matthieu, che ci ha tenuto compagnia fino al momento di imbarcarci per Ancora. Mi sono così resa conto di quanto avrei fatto bene ad applicarmi nel francese, ma ora ho imparato la lezione e mi metterò sotto in un feroce ripasso della lingua.
Il traghetto, ovviamente, non poteva che fare 2 ore di ritardo. Ci siamo accampate nel ristorante finché non ci hanno avvisato che entro l’una saremmo dovuti uscire. Non l’avessero mai fatto. Ero appena riuscita ad assopirmi ed ignorare il mare agitato, quando mi dicono che avrei dovuto passare la notte a terra nonostante la tariffa di 100€. Mi sono alzata sbraitando l’impossibile, ed alla fine sono riuscita ad accaparrarmi un paio di poltrone sulle quali tentare di dormire.
La tavola dell’Adriatico non ha smesso di ballare per tutta la notte. Mannaggia all’Ale e alle sue previsioni meteo. Per passare il tempo mi sono nascosta sotto al telo da mare, necessario per non morire assiderata sotto alla bora del condizionatore, e facevo spaventare i viaggiatori che brancolavano nel buio con un inquietante verso: UUUSSSSHHH! Reso in modo molto gutturale, rasentando quasi un’abbaiata.
All’alba ho canticchiato il motivetto de La morte nera di Star Wars, attendendo così di attraccare al porto di Ancona. Chiaramente il ritardo non è stato recuperato, ma almeno in autostrada non abbiamo trovato traffico e nel giro di 4 ore Milano era pronta ad accoglierci. La prima botta di culo di tutta la settimana.
Si conclude così la nostra settimana croata. Forgiate nell’animo e pronte per presenziare alla prossima stagione di Donna Avventura, portando su di noi in segno di ricordo i morsi delle pulci che popolavano i letti e che ci regalavano gioiose sessioni di grattate al chiaro di luna.
Che dire, siamo state BRAvissime!!!
Mes amis, je v’embrasse fort fort.